Curiosity about the world…

“L’isola che non c’è” esiste! 

“Seconda stella a destra
questo è il cammino 
e poi dritto, fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all’isola che non c’è. 
Forse questo ti sembrerà strano 
ma la ragione
ti ha un po’ preso la mano 
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un’isola che non c’è 
E a pensarci, che pazzia 
è una favola, è solo fantasia 
e chi è saggio, chi è maturo lo sa 
non può esistere nella realtà…”

Bennato ha un po le idee confuse: prima “l’isola che non c’è” esiste, poi non esiste e poi magicamente riappare! Togliamo ogni dubbio al nostro cantautore napoletano e diamo ragione a Peter Pan: “l’isola che non c’è” esiste! E si trova proprio qui, in Italia!

L’isola si trova nelle acque sicule, tra Sciacca e Pantelleria ed è attualmente una vasta piattaforma rocciosa situata a circa 6 metri dalla superficie marina. 
L’isola ha origini vulcaniche e il primo avvistamento risale al periodo della prima guerra punica. Successivamente questa apparve e scomparve altre volte nel corso del XVII secolo, rimanendo comunque in superficie solo per tempi brevissimi.

“Come può un’isola apparire e scomparire come niente fosse?”
Domanda lecita e opportuna!

L’inabissamento e l’innalzamento della superficie terrestre sono dovuti alla struttura vulcanica dell’isola. Verso la fine del Giugno 1831, nel tratto di mare a metà strada tra Sciacca e Pantelleria si verificarono alcune scosse sismiche di fortissima intensità, che vennero avvertite fino a Palermo causando gravi danni alla costa sudoccidentale della Sicilia. Successivamente gli abitanti delle zone vicine e gli equipaggi di alcune navi di passaggio affermarono di aver visto colonne di fumo e pietra pomice uscire dalle acque, insieme a violenti zampilli di lava eruttati dal vulcano. Fu poi segnalata nei giorni seguenti dai pescatori del luogo, una zona in cui il mare ribolliva continuamente e dove morivano centinaia di pesci, a causa dell’esalazione dei gas vulcanici.


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Il 7 luglio dello stesso anno, F. Trafiletti, capitano della nave Gustavo, riferì di aver avvistato un isolotto alto circa 8 metri che sputava cenere e lapilli. La completa emersione dell’isola avvenne però nella notte fra il 10 e l’11 luglio 1831, quando dopo una scossa tellurica, il vulcano sottomarino aprì la sua bocca eruttando detriti e lava che formarono una piccola isola di circa quattro chilometri di circonferenza e sessanta metri d’altezza.

 

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Il nome “riconosciuto” dell’isola è: Ferdinandea. In realtà, pare che questo nome si riconosciuto solo dallo stato italiano. L’isola infatti, nonostante abbia avuto vita brevissima (solo sei mesi dalla nascita e altre due brevissime apparizioni: nel 1846 e nel 1863) ha la bellezza di sette nomi diversi: Hotham, Julie, Sciacca, Nertita, Corrao, Graham e Ferdinandea. Il nome iniziale venne stabilito dal regno inglese che il 2 Agosto 1831 piantò sul territorio vulcanico la bandiera britannica battezzando l’isola con il nome “Hotham”. Seguirono poi i francesi: il geologo Constant Prevost scelse il nome “Julie” prendendo spunto dal mese di “nascita”. Per gli italiani, invece, era – ed è – l’isola Ferdinandea: il capitano Gualguarnera fu incaricato dal Re dei Borboni ad andare sull’isola, togliere la bandiera inglese senza tante gentilezze, e sostituirla con la propria, rivendicando l’isola per la sua posizione geografica, territorio “italiano”.
Il nome: Ferdinandea si deve proprio a lui, al Re Ferdinando I.
Una leggenda narra che alcuni sommozzatori siciliani, per essere sicuri che nel giorno della riemersione l’isola appartenga ancora al popolo italiano, si siano immersi e abbiano piantato la bandiera tricolore.

“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso.” così scriveva Paulo Coelho nel suo libro “Undici minuti”. 
Bhè non possiamo dargli torto e anzi, dobbiamo prendere questa massima alla lettera: noi siamo letteralmente con un piede nella favola e l’altro nell’abisso. Continuiamo a sognare ma siamo pronti a mettere le fantasie da parte per veder rinascere al più presto “l’isola che non c’è”.

Irene Della Fazia

Moda cheap & chic…In cucina!

Pensavo Peggio Blog

Keep calm and eat a cupcake!

Chi non sapeva che la moda non riguarda solo i vestiti, alzi la mano.

Può sembrare impensabile ed alquanto improbabile, ma in realtà è proprio così. La moda coinvolge una pluralità di settori indefinita: dal design all’arredamento, dalla tecnologia ai mezzi di trasporto. E, incredibile ma vero, anche la cucina e le cose da mangiare fanno capo ad essa.

Le mode recenti in fatto di “abitudini culinarie” vengono dagli USA, la patria del cibo-spazzatura e di ogni forma di lipide che entra in circolo nel vostro corpo e innalza i valori del colesterolo a livelli inauditi. Ma chi è che non si concede, saltuariamente, uno sgarro dai soliti cibi tristi e poveri che troneggiano sulla nostra tavola ogni santo giorno? E quale modo migliore di commettere un piccolo peccato di gola se non mangiandosi un bel cupcake?

Per chi non sapesse cosa sono i…

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Homo di neandertal, homo sapiens, homo vegan

Nel futuro andremo in vacanza sulla luna, le automobili galleggeranno a mezz’aria e, soprattutto, saremo tutti vegani. Almeno, questo è quanto affermano molti studiosi basando le loro teorie su quella che è l’deologia abbracciata anche da Tolstoj. Egli dice: “Uccidendo, l’uomo sopprime anche in se stesso le più alte capacità spirituali, l’amore e la compassione per le altre creature viventi e, sopprimendo questi sentimenti, diventa crudele.”
L’origine intrinseca dei mali nel mondo, dunque, perverrebbe dall’atto di nutrirsi a scapito degli altri esseri viventi. L’uomo, evolvendosi, è riuscito a portare avanti la propria specie con caccia, riproduzione e conservazione dei nati. Il vegano, l’uomo post-moderno, si muove allo stesso modo inserendo nuovi elementi: il rispetto e la consapevolezza nel procurare cibo. L’intelletto di questo essere ha subito un’innalzamento virtuoso, egli non si preoccupa unicamente della conservazione della specie umana ma amplia il proprio sguardo all’intero ecosistema Terra. È grazie a questo risveglio di coscienza che, secondo uno studio della dottoressa Roberta Odierna, il vegano può essere definito l’anello di congiunzione tra l’uomo del consumismo sfrenato e quello del futuro. Perché, come risulta dall’intervista fatta qualche settimana fa a un’amica vegana, appartenere a questa ideologia significa abbracciare una logica di cooperazione con tutto ciò che fa natura. Nonostante il profondo pessimismo dell’uomo nei confronti del proprio agire, negli ultimi anni ci stiamo avviando verso un potente risveglio in direzione dell’ ecosostenibilità e del rispetto per l’ambiente. Moltissime sono le aziende che si stanno aprendo al settore, adeguandosi a quanto le coscienze degli uomini hanno iniziato a dire. In Olanda, per esempio, dal momento che nell’ultimo decennio una grande fetta di popolazione si è orientata verso l’ecosostenibile e il cruelty free, da circa tre anni ha aperto un fast-food vegetariano, il Vegetarian Butcher, con vasta scelta di hamburger di soia e setan; tutto ciò ha ovviamente interferito con la proliferazione di altre catene quali Mc Donald’s e Burger King.
Anche in Italia le coscienze ecosostenibili avanzano: qualche giorno fa, ad esempio, è nato sul web GreenPink, uno store on-line che si propone di vendere vari prodotti tutti rigorosamente vegan.
Gli amanti di affettati, latticini, grigliate miste e sushi dovrebbero quindi rassegnarsi: sono vicini all’estinzione, o, meglio ancora, all’evoluzione.

Sara Di Natale

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Le nuove frontiere dell’editoria: largo al “fai-da-te”

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Quando, alle elementari, in preda a uno slancio di coraggio annunciai alla maestra che da grande sarei stata una famosa scrittrice, lei si limitò ad accarezzarmi la testa guardando il mio volto ingenuo con un’espressione piuttosto emblematica. Solo ora, a distanza di anni, riesco finalmente a comprendere cosa intendessero dire quegli occhi sconsolati: editoria. Puoi scriverlo, il romanzo. Puoi passare ore ed ore a tessere trame e costruire personaggi che abbiano corpo, ma terminare il lavoro non è che la genesi di un arduo percorso cosparso da “no”, o “il suo romanzo non è adatto alla nostra collana”, o “potrà pubblicare il suo libro pagando la modica somma di xxx euro dato che gli editori non possono permettersi di investire su scrittori esordienti”. Tutto questo nei casi migliori, perché la risposta potrebbe benissimo non arrivare. Le probabilità che ciò accada, che il vostro romanzo venga rifiutato, sono altissime. Sì, cari scrittori in erba, in ogni caso, anche se il potenziale del vostro lavoro ha una carica pari a quella della saga di Harry Potter – come, non conoscete la storiella della Rowling, il quale manoscritto venne rifiutato da molteplici case editrici per svariati e imperscrutabili motivi?
Cosa fare, dunque? Gettare via i propri sogni, con tanto di cassetto? O persistere fino a imprevista botta di fortuna, la quale, si sa, se ne va girando cieca?
Ebbene, scrittori cari, il mondo ha scoperto che la sfuggente signora “fortuna”, in realtà, ha tanto di nome proprio: si chiama Kindle Direct Publisching, ed è la bacchetta magica con la quale tutti i vostri sogni potranno essere realizzati. Come funziona questo magico strumento? Innanzi tutto vi serve un romanzo scritto da voi, una storia con inizio e fine, che parta dalla variante “c’era una volta” fino ad arrivare al classico “e vissero felici e contenti, fine”. Assicurato questo, vi basterà scrivere “Kindle Direct Publishing” su un motore di ricerca e (appellandovi alla vostra capacità di lettura che, avendo scritto un romanzo, dovreste certamente avere) seguendo le semplicissime istruzioni il vostro libro sarà virtualmente pubblicato nel Kindle Store entro poco più di ventiquattro ore. Potrete decidere ogni cosa: descrizione, sezione, contenuto, prezzo. Il libro sarà lì, pronto ad appassionare lettori affamati di ogni età. Certo, per avere reale successo vi serviranno anche talento e costanza, ma per quelli c’è da fare richiesta a Madre Natura.
Insomma, spazio al merito. E all’auto promozione, cosa di cui parla Alessandro Venturini il quale (dopo aver ricevuto svariati rifiuti dalle case editrici) ha pubblicato il suo valido romanzo, “Amabilmente condannato a moglie”, su Direct Publishin; poi, grazie a un costante lavoro di promozione sui forum che lo ha impegnato per più di sei ore al giorno in circa due mesi, ha finalmente ottenuto il successo che tanto desiderava coronando il suo sogno grazie alle sue sole forze.
Che dire? Non mi resta che avvertire la maestra: al bando sguardi sconsolati, grazie a Kindle Direct Publishing ogni suo alunno potrà diventare un grande scrittore.

 

Sara Di Natale

Pensavo Peggio Blog

Definire la fotografia

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Ai giorni nostri ne sentiamo costantemente parlare da amici, sui social network e in televisione,  ma spesso ad essa non sappiamo attribuire un significato. Ciò accade perché ormai è un’arte abusata da tutti. In passato i fotografi si distinguevano per l’occhio e per la genialità negli scatti, mentre oggi si tende ad osservare meno e a “photoshoppare” di più; di conseguenza il digitale ha aperto le frontiere della fotografia a tutti. Cercando nei vari blog l’ispirazione, ho trovato una citazione che mi ha molto colpito di Aldo Manias che ha dichiarato in un’intervista :”La fotografia è la conseguenza di un progetto, di una sensazione, di una curiosità e quindi va seguita correttamente fin da subito, pensata, inquadrata in quel momento e catturata con tutte le cure possibili. Chi sa fotografare perfeziona, chi va a caso ritocca, modifica, stravolge. Quello che conta è avere un’immagine. Personalmente trovo più…

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Pensavo Peggio Blog

Nota introduttiva di un giornale/blog che non ha molto da dire, ma lo fa con somma maestria.Essere scrittori, o blogger se preferite, al giorno d’oggi, non è impresa semplice.
Evitiamo di nasconderci dietro il comodo luogo comune che è perchè “la gente è ignorante e non legge”, non perchè non sia vero, ma perchè non è generalizzabile e, per quante braccia rubate ai calzolai e ai contadini passeggino per l’Italia, ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di leggere e di informarsi.
Quindi il problema è un altro e, se non sono i lettori la causa, il cerchio si stringe drasticamente. Il fatto è che non ci si improvvisa scrittori, o almeno non ci si può aspettare grandi risultati se si sceglie questa via. Ci si improvvisa umoristi ed opinionisti, semmai.
Ed è quello che “Pensavo Peggio” (nome scelto a caso, ma non poi così tanto a caso) tenterà di…

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